Una scelta spesso obbligata ma impossibile

Una recente notizia degli ultimi giorni sta facendo molto discutere e per questo abbiamo deciso di parlarne e riflettere con voi su ciò che accade: la scorsa settimana  14 ottobre 2021, tramite comunicato l’INPS stabilisce quale requisito per l’ottenimento dell’assegno mensile d’invalidità, la completa inattività lavorativa.

In questo modo, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale recepisce l’orientamento recente della Cassazione (sentenza n° 17388/2018 e n° 18926/2019), che identifica l’inattività lavorativa come un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale. 

Questo comporta che ogni cittadino invalido che lavori, anche part time percependo un reddito troppo basso per soddisfare le sue inevitabili necessità, non potrà ricevere l’assegno di invalidità, indipendentemente dall’entità del reddito percepito.

Beneficiari dell’assegno restano tutti i cittadini con un’età compresa tra i 18 e i 67 anni, la cui percentuale d’invalidità sia compresa tra il 74% e il 99%. Ma l’assegno è anche incompatibile con altre pensioni di invalidità (guerra, lavoro, servizio), mentre il reddito personale del destinatario non può superare i 4931,29 euro per il 2021.

In passato, ai disabili parziali lavoratori era data la possibilità di integrare il reddito con un assegno non superiore ai 400 euro al mese. Il che incentivava la ricerca del lavoro offrendo al tempo stesso un supporto in un percorso indubbiamente complesso, quale quello della piena inclusione lavorativa delle persone con disabilità.

L’altro elemento fortemente dibattuto è l’ammontare dell’assegno d’invalidità civile: 287,09 euro al mese. Una somma davvero troppo bassa per coprire tutte le spese quotidiane di una persona con disabilità. 

La conseguenza di tutto, sottolineano con indignazione molte voci, è che un’alta percentuale di lavoratori si troverà di fronte a un drammatico aut aut: rinunciare al lavoro o rinunciare all’assegno.

A confliggere con la Cassazione e con l’INPS, è la Corte Costituzionale, che, nella sentenza n° 152 del 2020, che riconosce l’inadeguatezza dell’importo della pensione di invalidità civile e sollecita il legislatore a prevederne l’aumento anche per le persone di età inferiore ai 60 anni, mentre per gli invalidi civili al 100%, abbassa il limite anagrafico a 18 anni ma solo se il reddito annuo non supera i 6.713,98 euro.

Dato il nuovo quadro previdenziale, la scappatoia che si teme resti alla persona con disabilità è quella del reddito di cittadinanza, ma solo nel caso in cui l’intero nucleo familiare del beneficiario sia in condizioni di povertà. 

Dunque il risvolto pericoloso del nuovo assetto normativo è il totale disincentivo della persona disabile al lavoro, che invece costituirebbe un formidabile strumento di integrazione e di inclusione sociale.

Trovandosi stretto nella morsa tra un reddito lavorativo inadeguato e un sussidio insufficiente, la persona con disabilità viene di certo posta in una condizione di notevole difficoltà e ci chiediamo come questo si concili con le sentenza sopra citate della Corte Costituzionale e con l’art.3 della stessa Costituzione a cui esse rispondono: ossia la tutela la «pari dignità sociale» a prescindere dalle differenze in base anche alle «condizioni personali e sociali». 

Lo stesso art.3 afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

La domanda resta aperta.

(di Francesca Diodati)