Occhi per chi non vede, ma anche un’interfaccia semplificata per le persone con disabilità cognitiva. Parola d’ordine: accessibilità. È da più di un decennio che Google sviluppa strumenti pensati per offrire un aiuto concreto ai portatori di handicap, ma mai come negli ultimi tempi le sue creazioni si sono rivelate tanto innovative. Se infatti nel 2019 erano stati presentati progetti come Diva, Live Caption e Live Transcribe, oggi è invece il turno dello sbarco in Italia di Lookout e Action Blocks. Obiettivo numero uno di Mountain View, essere sempre più di aiuto a quel 15% della popolazione mondiale – oltre un miliardo di persone, in termini assoluti – che convive con una qualche forma di disabilità. Un proposito ancor più rilevante in tempi di Covid-19. La pandemia, infatti, non solo ha comportato il trasferimento online di un numero mai così cospicuo di attività quotidiane, ma ha anche fatto sì che molti soggetti non autosufficienti si ritrovassero purtroppo privi dell’assistenza necessaria per effetto delle restrizioni. Ed è proprio per facilitare alcune tra le azioni più comuni che sono state sviluppate queste due nuove applicazioni, entrambe disponibili (gratis) sul Play Store.

Lookout

Inizialmente destinata ad alcuni dipendenti Google con disabilità visiva, Lookout opera offrendo all’utente una descrizione vocale dello spazio circostante. Grazie a un sistema di intelligenza artificiale è infatti in grado di riconoscere e menzionare una lunga serie di oggetti che possono finire nell’inquadratura dello smartphone. Tramite la piattaforma è quindi possibile, tra le altre cose, distinguere gli ingredienti di una ricetta, i prodotti in un supermercato, le banconote per completare un pagamento, i più diffusi strumenti di lavoro o il contenuto di un testo scritto. Molti altri elementi verranno poi aggiunti in futuro per mezzo di aggiornamenti che, come tiene a precisare Google al Corriere, «non saranno effettuati utilizzando le informazioni e le immagini degli utenti, ma direttamente lato backend».

Action Blocks

Action Blocks è invece una sorta di evoluzione del già citato Diva, bottone-prototipo sviluppato dal software engineer italiano Lorenzo Caggioni che consente di servirsi dell’Assistente Google senza usare la voce. Il focus in questo caso è sugli utenti che accusano difficoltà di ordine cognitivo: non solo disabili, ma per esempio anche anziani. L’app permette infatti di compiere operazioni di base come fare una telefonata, prenotare un taxi, guardare il proprio video preferito su YouTube, elencare gli appuntamenti in agenda o accendere le luci di casa (se connesse all’Assistente) con un singolo tocco. Tutto si basa dunque sulla disposizione di widget e icone sullo schermo: una volta selezionata l’opzione desiderata, Action Blocks si connette all’Assistente e lo incarica di portare a termine quanto richiesto. Una scorciatoia per dire addio ai passaggi intermedi, in sintesi. Ma c’è di più, perché oltre alla lingua italiana l’ultimo aggiornamento dell’app ha portato in dote anche la possibilità di interagire con pulsanti esterni allo smartphone, proprio sul modello di Diva. Anche in questo caso è disponibile online un video illustrativo.

Le informazioni da filtrare

«Action Blocks è frutto dell’incontro tra Diva e una rinnovata sensibilità alle disabilità cognitive sviluppatasi in seno al team Accessibilità di Mountain View – ci spiega proprio Lorenzo Caggioni –. Vista la comune ricerca di soluzioni utili, il match tra i due elementi è stato naturale». Ma le difficoltà non sono mancate. «La più grande – racconta l’ingegnere – è stata senz’altro capire come offrire la giusta user experience a entrambe le categorie a cui l’app è rivolta: da un lato quella dei caregiver, che configurano i blocchi, dall’altro quella degli utenti finali, che li utilizzano. Per quanto riguarda invece Lookout, la componente davvero sfidante è stata filtrare le informazioni da trasmettere. Nelle sue prime versioni, infatti, l’app diceva troppe cose. È stato quindi necessario calibrare con precisione quanto dovesse parlare e con che frequenza». Perché ciò che in apparenza può sembrare semplice richiede in realtà un grosso lavoro preliminare. Per quanto riguarda invece il futuro, tutto sembra andare verso una sostanziale prosecuzione del percorso già intrapreso: «Di qui in avanti ritengo che gli sforzi di Google sul tema delle disabilità cognitive saranno sempre maggiori – afferma Caggioni –. La direzione è insomma delineata, tuttavia al momento sarebbe prematuro sbilanciarsi sui prossimi progetti. Quelli in cantiere sono già diversi: solo col tempo capiremo quali matureranno abbastanza da vedere la luce».