Un rientro uguale per tutti?

Settembre è arrivato e con esso quella sensazione che tutto ricominci: il lavoro, la scuola, i progetti. Le ferie sono terminate e noi ripartiamo chiedendoci quale rientro vivano le persone con disabilità. Cosa, per la maggior parte di loro, ricomincia davvero?

Il confronto con la quotidianità della vita può essere difficile per le persone con disabilità fisica o mentale, in cerca di un lavoro, che forse non lo trovano da mesi, persino anni, o per coloro che non hanno mai avuto davvero l’opportunità di trovarne uno che portasse gratificazione e autonomia.

Lo sappiamo tutti, il lavoro apre la porta, innanzitutto nel mondo interiore, dei pensieri e dell’immaginario, alla possibilità di desiderare una vita,  dare forma al futuro, semplicemente fare progetti.

E i progetti li facciamo tutti, con o senza disabilità. I progetti sono ciò che ci fa sentire vivi che ci da emozioni, speranze, che ci fa alzare la mattina dal letto e avere qualcosa per cui impegnarsi e lottare.

Quindi, purtroppo, per tante persone con disabilità in questi giorni ricomincia, o forse non si è mai interrotta,  una lotta per così dire “propedeutica”, quella di potersi garantire un lavoro grazie al quale progettare un futuro e poi lottare, come tutti noi, per realizzarlo.

OBIETTIVO: CREARE VALORE CONDIVISO

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (emanata a New York il 13.12.2006 e ratificata dall’Italia con la legge n. 18/2009) ha segnato un cambiamento culturale e politico volto a supportare ogni azione utile alla promozione dei diritti delle persone con disabilità e della loro piena partecipazione alla vita attiva della propria comunità, ma come abbiamo detto molte volte è stato fatto ancora poco e, come la stessa Ministra Erika Stefani ha affermato nel suo intervento al Tech Economy Hub, è necessario un cambio di passo sia culturale che normativo.

Assumere una persona disabile e favorirne l’inserimento in azienda non è un atto di beneficienza, non un dovere morale, né tantomeno legislativo. Si tratta piuttosto, o dovrebbe trattarsi, di un atto di maturità umana ed aziendale. 

Non è la risposta a una prassi di Corporate Social Responsibility, in base ad un concetto che negli ultimi anni ha preso piede sempre di più, si tratta di creare “Valore Condiviso”. Questo in particolare comporta che la persona con disabilità, non va considerata tale in quanto persona, per un fattore puramente endogeno, ma in relazione al contesto e alle barriere, architettoniche, culturali e logistiche che incontra. La sostenibilità che il Creating Shared Value promuove ha al centro il benessere dell’individuo e della società, di cui le persone con disabilità sono parte integrante a pieno titolo.

Raggiungere questo obiettivo comporta la convergenza di fattori diversi, culturali, politici, aziendali, istituzionali. A tal proposito, il “Libro bianco su accessibilità e mobilità urbana” a cura del tavolo Tecnico istituito tra Comune di Parma, Ministero della Salute e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2009 ha introdotto una figura che può essere cruciale in questo percorso di inclusione delle persone con disabilità: il Disability Manager.

IL DISABILITY MANAGER 

Parleremo di questa figura più dettagliatamente in futuro, per ora vogliamo ricordarne l’importantissima funzione e le potenzialità.

Il Disability Manager, come suggerisce la parola, ​​è un professionista che si occupa di promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo delle persone diversamente abili, attraverso servizi mirati, in specifici contesti, aziendali e istituzionali, come richiede la legge 68 del marzo 1999.

Possiamo definirlo un facilitatore, un mediatore che ha le competenze per supportare l’azienda nella definizione e applicazione di quelle pratiche utili a consentire un’armonizzazione, sia umana sia logistica, sia professionale della persona con disabilità nel contesto aziendale.

Una figura fondamentale, quindi, con molti compiti e un ruolo delicato, che ci chiediamo se possa avere maggiore rilevanza in futuro, come anche maggiori strumenti formativi, tecnici e normativi che ne valorizzino l’operato e le funzioni.

LA FORMAZIONE

Sicuramente approfondiremo la questione, e di certo il primo aspetto da considerare è la formazione del Disability Manager. Alcune università offrono corsi post-lauream per Disability Manager. 

Poiché non esiste ancora una regolamentazione di questi corsi, l’offerta formativa può essere molto diversa.  A.I.Di.Ma e S.I.Di.Ma. (enti nazionali dedicati al  Disability Management) hanno sviluppato per questo protocolli di intesa con alcuni Atenei al fine di supervisionare i corsi e garantire la qualità della didattica in questo ambito.

Uno di questi, per chi fosse interessato, è il Master in Disabilità e inclusione sociale – Disability manager e vita indipendente, presso l’università del Piemonte orientale, che citiamo anche perché uno dei docenti è il Labour Market Advisor di Superjob, Michael Luciano, già Head of Diversity Division di Page Personnel,  che ha fatto dell’inclusione professionale delle persone con disabilità un’appassionata missione.

(di Francesca Diodati – Superjob)