Una riflessione sul linguaggio legato alla disabilità nata dalle ultime campagne di CoorDown in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down.
“Le parole sono importanti” diceva nel famoso film, Palombella Rossa, l’attore e regista Nanni Moretti. Lo diceva con violenza, con passione, senza indulgenza.
Quella stessa indulgenza che per troppi anni, e ancora oggi, continuiamo ad avere nei confronti del linguaggio che utilizziamo quando parliamo delle persone con sindrome di down, ma in generale di tutte le persone “diverse”. E diventa imperdonabile accidia quando si rivolge a una diversità che si manifesta con una qualche forma, più o meno evidente, di disabilità.
Perché le parole creano realtà, plasmano la materia, hanno un potere immenso: ci definiscono e definiscono ciò che siamo. Ma, ancora più importante, sono performative rispetto a ciò che possiamo diventare.
“Assume That I Can”, la campagna internazionale lanciata da CoorDown in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down 2024 – con una esplosiva Marta Sodano racconta esattamente questo. Lo spot incalza lo spettatore con una raffica di schiaffi simbolici che mostrano situazioni concrete in cui parole e comportamenti sociali dettati dal pregiudizio definiscono cosa una persona può fare e non fare: come andare a vivere da sola, recitare, tirare di boxe e bere un Margarita.
Ma chi lo dice? Viviamo immersi in una sfilza di pregiudizi, ormai anacronistici, rafforzati dall’abitudine collettiva. Ed è su questo che arriva a illuminarci la campagna “Just Evolve” realizzata sempre dall’associazione CoorDown in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down 2026.
Con l’inconfondibile stile ironico e provocatorio, lo stesso team dall’agenzia SMALL di New York (sotto la direzione dei direttori creativi Luca Pannese e Luca Lorenzini) dà forma a un nuovo gioiello di comunicazione:che con il giovane e abilissimo attore Noah M. Matofsky esorta a evolvere e ripulirsi la bocca da certi termini.
E sarebbe davvero ora di farlo. Perché continuare a dire di qualcuno che non riesce a fare qualcosa che è un “ritardato” o utilizzare tutta una serie di vecchie espressioni che alimentano una presunzione collettiva di incapacità e inutilità delle persone con disabilità è… come lavare i vestiti con l’urina, credere che le rughe passino con una bistecca in faccia o buttare la spazzatura dalla finestra (per citare lo spot).
Insomma siamo nel 2026 e ancora non abbiamo compreso quanto il linguaggio possa contribuire a marginalizzare intere categorie di persone esistenti e future. Bambini e bambine che nascono con una vita già destinata a limiti e lotte ingiuste contro la stigmatizzazione.
Per dirlo parafrasando le parole di Martina Fuga, presidente di CoorDown: Scegliere una narrazione più accurata e rispettosa è un atto che costruisce un mondo più equo e a misura di ciascuno. Perché quando usiamo parole legate alla disabilità per offendere o far ridere, creiamo involontariamente delle scorciatoie emotive che rafforzano stereotipi e legittimano discriminazioni che finiscono per rendere quasi impossibile la partecipazione alla vita sociale.
La consapevolezza e l’attenzione nel rimodulare le abitudini del nostro linguaggio, a prescindere dall’intenzione con cui continuiamo ad utilizzare determinati termini, è un atto dovuto di crescita e responsabilità individuale e sociale insieme.
A questa riflessione, che grazie alle campagne di CoorDown sono diventate un appello, noi di Superjob ci uniamo con forza e piena partecipazione continuando a fare del nostro meglio per contribuire a questa evoluzione, ormai sempre più urgente.
